sicurezza e cambiamento

Interviste

15 maggio 2022

Panaro: “Integrarsi con i sistemi manifatturieri e puntare sull'intermodalità”

15 maggio 2022 - L’Associazione Ravennate Spedizionieri Internazionali ha affidato a SRM (Centro Studi specializzato nell’Economia del Mare collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) lo studio “Analisi dei flussi marittimi container da e per il Porto di Ravenna”.

È stato realizzato grazie anche al contributo di Adsp, Camera di commercio, Tcr, Sapir, Confindustria Romagna, Bcc, La Cassa di Ravenna, Fedespedi, Confetra, Associazione agenti marittimi e raccomandatari e Unione Utenti del Porto.

Sono stati analizzati gli attuali flussi dei container che transitano dal porto di Ravenna e le possibilità di crescita alla luce degli importanti lavori infrastrutturali legati al progetto Hub Portuale.

Modena, Forlì-Cesena e Bologna sono le province che utilizzano maggiormente il porto di Ravenna in export e import; Modena e Bologna sono le province che lo utilizzano con maggiore intensità (più del 20% delle merci prodotte). Su un panel di 450 industrie analizzate, il 49% si serve di Ravenna per l’export, l’81% per l’import. Il 69% vi fa transitare oltre il 20% dei propri prodotti.

 

Dei risultati ai quali è giunto lo studio abbiamo parlato con Alessandro Panaro, responsabile dell'area di ricerca marittima e di economia mediterranea di SRM.

“Il messaggio forte che scaturisce dalla ricerca è che è sempre più necessario essere integrati con i sistemi manifatturieri che il porto ha alle spalle, perché chi riempie le navi è l’industria della manifattura. 

Quindi, per il porto di Ravenna è necessario conoscere dove sono i principali centri produttivi, quelli più vocati all’export. Quello di Ravenna è uno scalo che sta andando nella giusta direzione. Con la Zls, il rafforzamento delle rotte intermediterranee, nuovi fondali e sostenibilità reggerà alla forte competizione che c’è in Adriatico”.

 

È una valutazione che riguarda soltanto Ravenna o tutti i porti adriatici?

“Vale per tutto l’Adriatico. La portualità emiliano romagnola ha una sua peculiarità perché è come spezzata in due: se si guarda a Est, c’è il porto di Ravenna come riferimento, se si guarda a Ovest ci sono gli scali toscani. Però lo scalo romagnolo ha adottato una giusta strategia di diversificazione del traffico e ha la capacità di lavorare tutte le merci. L’altro valore aggiunto è che vuole puntare sull’intermodalità. Emergono, quindi, due grandi parametri: è un porto facilmente raggiungibile ed è veloce nello scarico delle merci”.

 

Avanti tutta sull’intermodalità, quindi?

“Sì, perché intermodalità è anche sostenibilità. Il treno è il mezzo di trasporto meno inquinante e quindi è giusto investire in questo contesto. Ravenna è oggi un porto di import, deve diventarlo anche per l’export. Sicuramente la mole di investimenti che sono in atto favoriranno una maggiore profondità e nuovi collegamenti di linea. Ciò richiede servizi a terra sempre più efficienti da parte dei terminalisti”.

 

La sfida dei nuovi carburanti che alimenteranno le navi, quanto può influire sulla competitività di uno scalo?

“Essere in grado di accogliere le navi fornendo il bunkeraggio con le quali sono alimentate è un enorme valore aggiunto. Nel mondo ci sono già 100 grandi navi a Gnl, è chiaro che un porto, come Ravenna, che ha già un deposito costiero di Gnl, è avvantaggiato. Ma in un prossimo futuro potremo avere navi che andranno anche a metanolo, litio, idrogeno e chi sarà in grado di proporre diversi carburanti per il rifornimento ne trarrà un vantaggio competitivo.


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